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lunedì 10 febbraio 2014

IL GIORNO DEL RICORDO

OGGI È IL GIORNO DEL RICORDO
Ricordiamo le migliaia di vittime delle foibe, ricordiamo i 350.000 esuli che lasciarono le loro terre...
Ricordiamo una pagina di storia che troppo a. Lungo è rimasta nascosta...
Per non dimenticare, per far si che non si ripeta...


Oggi su Il TIrreno, un mio articolo dedicato al giorno della memoria degli Esuli Istriani, con la storia e la testimonianza diretta della mia famiglia.


Mia nonna, Etta Bertotto, era nata a Cherso, una bellissima isola nell’arcipelago del Quarnero, Istria, al tempo territorio Italiano, ceduta poi, a seguito del trattato di pace del 10 febbraio 1947 alla Jugoslavia.
Nel settembre del 1943 approdarono, sulle rive di Cherso, gli Jugoslavi di Tito, che mia nonna, quando raccontava, chiamava “I Titini”, occuparono il Municipio e presero il potere, iniziarono le prime sparizioni, 14 uomini furono prelevati, senza preavviso alcuno, di notte, dalle loro case, vennero legati e fatti imbarcare con la forza, alcuni di loro furono fucilati senza nessuna accusa.
I ragazzi in età militare furono deportati e costretti ad arruolarsi forzatamente nell’esercito di Tito, vennero mandati senza scarpe e senza viveri, molti di loro non fecero mai ritorno.

 (Foto: campo Profughi di migliarino, mia nonna, i miei bisnonni e mio zio)

 Iniziarono le rappresaglie contro gli Italiani, fu istituito il coprifuoco, c’era paura anche solo a parlare per le strade, le persone, senza distinzione di sesso o di età, venivano torturate e massacrate, ed infine i corpi venivano fatti sparire, gettati nel mare dalle alte scogliere.
A Cherso si moriva di fame, gli uomini venivano arruolati, le donne lasciate sole con i bambini piccoli, coloro “giudicati” ostili alla causa Titina presi e portati via di notte; sull’isola le risorse scarseggiavano..
Arriva poi l’obbligo per tutte le famiglie di fornire scorte alimentari per l’esercito in guerra, ovviamente non ci si poteva rifiutare.
E poi vennero le foibe in tutto il territorio Istriano e Dalmata, e la deportazione nei campi di prigionia, orrore negato dalla storia per anni, così forte era il dolore nei racconti dei nostri nonni e dei nostri genitori, che sentirne parlare ci fa male al cuore.
Tito incaricò i suoi soldati di "risolvere il problema" di quelle persone che non approvavano l'annessione dell'Istria alla Jugoslavia, dette il via così alla pulizia etnica, che per anni è stata negata, e che molti Italiani, hanno scoperto essere vera solo di recente, certo, c'è differenza tra sentirne parlare in televisione, e sentirla raccontare dalla propria nonna, ancora spaventata, a distanza di anni, anche solo di parlare a voce alta per strada “Non si poteva parlare per strada, non si poteva pensare, per strada.
C'era paura anche a bisbigliare in casa, sottovoce.”
"Cavità verticali naturali, pozzi della terra in cui venivano gettate le persone" ecco cosa avete appreso dai telegiornali; " venivano di notte, li sentivi bussare alle porte, speravi che non toccasse a te – mi raccontava mia nonna Etta - prendevano tutti, uomini, donne e bambini, indistintamente, e li portavano via, tutti sapevano, ma nessuno poteva parlare, si doveva cantar le loro canzoni, esporre le loro bandiere, fare i loro balli, a comando, altrimenti erano botte.”
Le foibe sono enormi voragini di origine naturale, profonde più di 20 metri, così profonde che a volte vederne il fondo è impossibile, dal 1943, al 1947 vi sono stati gettati circa diecimila italiani, la maggior parte di loro erano ancora vivi, legati tra loro con una fune, sparavano al primo, che cadendo si portava dietro il resto della fila.
Molti di loro non morivano subito, molti rimanevano in vita sul fondo delle foibe, la caduta attutita da altri corpi, morivano di stenti o di embolia.
Nel 1945, dopo anni di terrore, le violenze aumentano, vengono uccisi tutti coloro che sono “nemici del popolo”, vale a dire Italiani, cattolici, socialisti, preti, ma anche anziani e donne con i loro bambini.
Nel febbraio 1947 Istria e Dalmazia vengono cedute alla Jugoslavia, trecentocinquantamila persone lasciano la loro terra, abbandonando tutto, case, averi, ricordi, affetti…
Pur di rimanere Italiani oltrepassano la nuova frontiera, dove nessuno sapeva quale orrore si stava consumando in terra Istriana, quando il treno stipato di profughi, sulla quale si trovava anche mia nonna, arriva a Bologna, gli esuli, vengono ignorati, vengono accusati: “venite a portarci via il lavoro”, le persone stanche ed affamate, chiesero acqua da bere ma venne negata.
"Per non dimenticare", che sia ben chiaro, che gli eventi tragici debbano essere ricordati, perchè i grandi errori degli uomini, devono essere raccontati alle nuove generazioni, affinchè ricordino, affinchè non dimentichino, affinchè non si ripeta mai più....
Solo nel 2005 il Parlamento Italiano decide di dedicare una giornata del ricordo in memoria delle vittime delle foibe.
Ancora oggi ci sono persone che negano la loro esistenza, e questo fa male a noi che siamo rimasti e ricordiamo il loro dolore…
Mia nonna, quando arrivò a Trieste aveva 13 anni, il 13 Dicembre 1949, dopo due anni di tentativi per venir via da Cherso dettero il permesso a mia nonna Etta ed alla sua famiglia di venir via, ma le partenze non erano mai semplici, dissero alla mia bisnonna Tona, “se volete andare in Italia andate, ma sua mamma quasi ceca, rimane qui”.
La mia bisnonna Tona lasciò la madre, dai cugini, e partì, per salvare i figli.
Alla frontiera cambiarono i nomi e le date di nascita sui documenti “Cambiavano i nomi sui documenti, cambiavano le date di nascita, ti toglievano l'identità, dopo che ti avevano già distrutto il cuore”
Quando mia nonna arrivò a Trieste, rivide il pane dopo tanto tempo, ne mangiò così tanto che per paura di non rivederlo, il giorno dopo le venne la febbre per l’indigestione, si portò perfino una pagnotta di pane sotto il cuscino.
La mia bisnonna voleva rimanere a Trieste, dove già vivevano due suoi fratelli con le famiglie, ma non le dettero il permesso e la mandarono con la sorella e le rispettive famiglie, nel campo profughi di Migliarino Pisano, dove rimasero circa due anni.
Nel campo profughi non c’erano case, c’erano soltanto enormi capannoni, dove delle lenzuola appese con delle funi, dividevano l’intimità della notte delle famiglie.
Da li furono trasferiti alle ex colonie di Calambrone, la mia bisnonna Tona fu divisa dalla sorella Maricci, la quale, assieme alla famiglia, fu mandata a Pisa, alla mia bisnonna ed alla famiglia infine venne data loro una casa a Livorno.
Mia nonna, ha sempre amato la sua Cherso quella terra che io ancora sento mia, quella terra che solo sentirne il nome mi vela il cuore di tristezza, quella terra in cui c'è ancora la nostra casa, con la porta sbarrata dal catenaccio, la casa di mia nonna, inagibile, e mai più nostra.
La fabbrica del mio bisnonno, con ancora il suo nome sulla soglia d'ingresso, mai più nostra.
Quella terra meravigliosa, che ti strappa l'anima e la incatena al suo mare, ai suoi vicoli di pietre, ai suoi campi di olivi.




 

10 commenti:

  1. Grazie per aver condiviso questa tua storia di famiglia con tutti noi.
    Conosco bene questa storia perchè è la stessa che mi raccontava la mia nonna, anche lei esule istriana.
    Nel maggio del '48 quando suo padre venne deportato dai titini, e nulla si seppe più di lui, mia nonna e sua madre fuggirono dalla propria patria, sole, private degli affetti più cari, private della propria casa e della propria identità.
    In questa giornata del ricordo il pensiero va a tutti gli esuli e deportati istriani-dalmati-giuliani perchè la loro storia negata per molti anni non venga mai più dimenticata!
    Federica

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  2. che bel post,pieno di amore e di ricordi... 3

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  3. cuore colmo di struggente tristezza, povero popolo, esuli in casa propria, italiani non considerati italiani....povere genti, spogliate di tutto ma con un grande tesoro, che nessuno mai gli ha portato via; la dignità e l'amore grande e puro per il proprio paese!

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  4. storia tristissima, ma piena di dignità e di amore. Brava Shamira, scrivi divinamente, hai un grande talento! brava!

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  5. Grazie! Non ci sono parole per raccontare, ma tu ci sei riuscita benissimo... un orrore che ancora non viene svelato nella sua interezza per coprire responsabilità in alto
    Un abbraccio
    Tiziana

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  6. Grazie di aver condiviso questo tuo pezzo di storia e per aver dato testimonianza , perchè nessuno dimentichi e tutti sappiano. Anche mia nonna era istriana, di Abazia

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  7. La storia è triste, ma il racconto è bello. Col tuo permesso lo utilizzerei, assieme ad altre fonti, nella conferenza che terrò a Udine, il 29.02.2016 a Palazzo Toppo Wassermann, ore 18 su “Insegnare l’esodo giuliano dalmata. I Campi Profughi Istriani della Toscana”. Organizza l'Associazione Toscani in Friuli Venezia Giulia, con il Patrocinio del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD e del Club UNESCO di Udine. Grazie per la condivisone. Elio Varutti.

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    1. Buonasera signor Anelli,
      Ne sarei davvero felice.
      Può gentilmente contattarmi via mail?
      Cordiali saluti
      Shamira Gatta
      potereaigatti@msn.com

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